domenica 20 gennaio 2008

Il focolaio broncopneumonico

Una delle più frequenti cause di dolore toracico è il focolaio boncropneumonico, patologia essenzialmente benigna tranne quando va a complicare quadri patologici pre-esistenti ed in particolare quando viene acquisita durante il ricovero in ospedale.

Definizione: infiammazione del parenchima polmonare ad opera di agenti infettivi

Possiamo distinguere una:

Polmonite di comunità: è la polmonite del soggetto che è al domicilio senza precedenti procedure diagnostiche invasive. I batteri più spesso responsabili di questi quadri sono lo streptococcus penumoniae, l’haemophilus influenzae, lo staphylococcus aureus (che spesso complica un pre-esistente quadro influenzale.

Il quadro clinico è caratterizzato dalla febbre, ovviamente, dalla tosse produttiva o meno, dal dolore toracico che viene esacerbato dalla tosse, dal respiro e dai movimenti del torace. Gli esami ematici mostrano una leucocitosi ed un netto rialzo degli indici di flogosi (VES e Proteina C reattiva). La radiografia del torace mostra l’infiltrato infiammatorio come area di consolidamento parenchimale.












Un aspetto particolare, nell’ambito delle polmoniti acquisite in comunità, è quello della polmonite cosiddetta atipica. Questa è caratterizzata, oltre ai sintomi delle forme tipiche, da tosse non produttiva, scarsa leucocitosi ed incremento degli indici di flogosi, segni di interessamento extrapolmonare come cefalea, diarrea, alterazioni degli indici epatici e midollari. La radiografia del torace mette in evidenza un infiltrato di tipo interstiziale. La causa più frequente è il micoplasma pneumonite. Questa forma va presa in considerazione per il fatto che spesso si presenta in soggetti immunosoppressi (per malattie o per assunzione terapeutica di farmaci immunosoppressori) sia per la scarsa risposta alla terapia antibiotica standard, per cui il ritardo di diagnosi può diventare pericoloso.

Nel sospetto, oppure dopo aver posto diagnosi di polmonite, è sempre indicato effettuare i prelievi ematici, urinari e dell’espettorato per cercare di isolare l’agente causale. In caso di versamento pleurico e di quadro non ben differenziato rispetto a formazioni neoplastiche, può essere indicato effettuare un prelievo del versamento per colturale ed esame citologico.

Polmonite nosocomiale: sono le polmoniti insorte nel paziente ricoverato da almeno 48 ore oppure dimesso da non più di 8 giorni. La definizione di polmonite nosocomiale vale anche per coloro che abbiano trascorso molto tempo in ospedale (per esempio il personale medico e paramedico). Le caratteristiche principali della polmonite nosocomiale sono : il tipo di bacillo causa della polmonite, molto spesso antibiotico-resistente e la tipologia del malato, molto spesso immunocompromesso.

Per questa serie di motivi, la polmonite nosocomiale è una entità molto serie, un evento estremamente sfavorevole che rischia di essere la causa di morte del paziente.

I batteri più spesso selezionati come causa di polmonite nosocomiale sono: enterobatteri, klebsielle, pseudomonas, stafilococchi o legionelle

Fattori di rischio per la polmonite nosocomiale

  • Età avanzata
  • Severità della o delle patologie associate
  • Intubazione
  • Uso di apparecchiature respiratorie (da qui la perenne raccomandazione di usare una sola volte i disposable della C-PAP)
  • Interventi chirurgici maggiori
  • Pregresso ampio uso di terapia antibiotica

Il quadro clinico va a peggiorare la situazione generale, con una febbre che non ha risposto ai precedenti trattamenti antibiotici ed una accentuazione dei sintomi polmonari quali dispnea e tosse.

Terapia

È ovvio che la terapia, preceduta, come già specificato, da un adeguato studio microbiologico del paziente, è costituita dall’antibiotico. Questo sarà a scelta empirica nel caso delle forme di polmonite di comunità, ad ampio spettro e sulla base, possibilmente, della emocoltura nel caso delle forme nosocomiali

Happy hours

I prelievi per le emocolture, nel rispetto delle procedure ormai standard per l’esecuzione di un corretto prelievo per emocoltura, vanno fatti non all’apice della febbre ma quando inizia il brivido che poi porterà alla febbre. Se considerate la sequenza di eventi, la batteriemia (presenza di batteri nel sangue) stimola i recettori della regolazione termica che portato al brivido in modo da aumentare il calore corporeo. Al brivido consegue la febbre. Quindi nel brivido si ha la massima possibilità di poter avere in circolo ancora batteri da colturare. Se facciamo il prelievo al picco delle febbre, questa possibilità è veramente remota. Molto spesso il paziente non ha il brivido, comunque basta iniziare a fare i prelievi quando la febbre è in salita, anche molto sotto i fatidici 38°C.

1 commento:

PA&MA ha detto...

GENTILE PROF. E' INVITATO "CALDAMENTE" AD INVIARE TUTTO IL MATERIALE RELATIVO AL SUO CORSO DATO CHE NE ABBIAMO PRESO VISIONE E MANCANO ALCUNI ARGOMENTI
LA RINGRAZIAMO ANTICIPATAMENTE E ATTENDIAMO CON ANSIA.... CI SCUSI SE ABBIAMO UTILIZZATO IL COMMENTO MA NON AVEVAMO LA SUA MAIL
PA&MA 2 STUDENTESSE DEL 2DO ANNO DEL CORSO DI INFERMIERISTICA RAVENNA....
P.S.
CI SCUSI X IL "CALDAMENTE" MA I TEMPI STRINGONO ...... E NON SOLO....ARRIVEDERCI ALL'ESAME